Gerda Taro, una vita vissuta all’ombra di Robert Capa

Gerda Taro fotografata da Robert Capa, 1937

Robert Capa: il più grande fotoreporter di tutti i tempi, ha avuto fama mondiale per decenni.

Le sue foto sono state amate e criticate, pubblicate in riviste e giornali, mostrate ancora oggi. Attraverso il suo obiettivo ha visto la desolazione della guerra; si è spostato in tutto il mondo, ha viaggiato incontro ai conflitti bellici, stando sempre in prima linea affianco ai soldati. Un uomo ricco di coraggio e di talento divenne il capostipite del fotogiornalismo di guerra poiché fu il primo testimone nelle battaglie più importanti del XX secolo, in grado di dichiarare tempestivamente l’orrore, la morte e la devastazione del genere umano: ma la verità è che Robert Capa non esiste.

Il nome era lo pseudonimo di Endre Ernő Friedmann che creò grazie alla sua compagna Gerda Taro, anche questo un nome fittizio di Gerta Pohorylle. Tutti, chi più chi meno, conosciamo le grandi fotografie che ci ha regalato nel secolo delle grandi guerre: “Morte di un miliziano” del 1936 o “Omaha Beach” del 1944, ma chi si ricorda di Gerda Taro? Gerda fu la compagna di Robert Capa, morì a soli 26 anni sul campo di battaglia esercitando la sua professione di fotoreporter di guerra. È stata considerata la prima fotogiornalista ad affiancare le truppe al fronte e la sua breve vita è ricca di un impegno socio-politico che non la abbandonerà mai e che si porterà fino alla morte avvenuta a Brunete, vicino a Madrid, nel 1937.

L’incontro con Robert Capa e i valori comuni che condividevano e le origini ebraiche di entrambi, la avvicineranno alla fotografia e la porteranno a intraprendere questo nuovo lavoro, insolito per le donne dell’epoca. La straordinaria idea di creare degli pseudonimi li porterà a spostarsi più volte per l’Europa come fotoreporter e a sfuggire anche al rastrellamento nazista.

Francia, Parigi,1935.
Gerta Pohorylle (futura Gerda Taro) e André Friedmann (futuro Robert Capa)
Foto Fred Stein

Il suo lavoro fotografico ebbe il suo culmine più alto proprio in Spagna, durante la Guerra Civile spagnola, dove questa donna così emancipata e rivoluzionaria per questo delicato periodo storico scriveva inconsapevolmente parte della fotografia di guerra.

Il suo talento venne offuscato dalla fama del compagno per oltre sett’anni; Capa non si riprese mai da questa perdita e un anno dopo la sua morte le dedicò un libro con la raccolta delle loro fotografie chiamandolo “Death in the Making”, ma ciò non bastò a far perdurare il lavoro fotografico di Gerda negli anni successivi. Gerda aveva imparato tutto ciò che c’era da imparare sulla fotografia da Robert Capa; nei primi mesi lavoravano all’unisono, uno affianco all’altro, fino allo scoppio della Guerra civile spagnola.

In quegli anni le tecniche fotografiche erano totalmente nuove rispetto alle fotografie delle battaglie della metà del XIX secolo. Lo stile fotografico di Gerda non fu uno stile studiato e applicato alle situazioni, come tutti i fotoreporter, sapeva come utilizzare la macchina fotografica; quando si tratta di fotografia di guerra nessuno studio teorico o tecnico può far parte del tuo stile: tempestività, velocità, coraggio sono solo alcune caratteristiche di cui si deve tenere conto.

La maggior parte delle fotografie ritrovate sono state nel tempo analizzate e approfonditamente studiate, sono stati esaminati i periodi, le date, le città e gli spostamenti da loro effettuati ma un’altra caratteristica fondamentale è l’uso delle diverse macchine fotografiche: Gerda fotografava prevalentemente con una Rolleiflex, formato 6x6 mentre Robert preferiva fotografare con una Leica; nello stile di Gerda predominava l’individuo, i suoi scatti mettono a fuoco i protagonisti della guerra, le vittime, i combattenti.

Guardando la sua produzione si riscontra una maturità fotografica raggiunta durante la Guerra civile spagnola; nel primo periodo affiancata a Capa, gli scatti sono molto semplici, quasi dilettanteschi, i luoghi e i protagonisti fotografati fanno parte della quotidianità, gli sguardi sono quasi sempre diretti verso l’obiettivo, sono semplici ritratti. In queste fotografie prevale la presenza umana, sono fotografati principalmente gli antifascisti di tutti i generi e di tutte le classi sociali: uomini, donne, bambini, soldati, intellettuali, agricoltori e miliziani.

Nella sua prima produzione fotografica possiamo trovare tre archetipi: il soldato, il contadino e il miliziano, tre figure fondamentali che sottolineano il cambiamento che stava avvenendo in quel periodo e la nuova organizzazione della politica repubblicana. Gerda fotografava molto spesso le donne, soprattutto le miliziane e le intellettuali ma ciò non rappresentava in modo reale la posizione della donna di quegli anni; si trattava di una minoranza catturata dall'obiettivo di Gerda - forse perché molto vicino alle sue idee politiche e non convenzionali -.

L’infanzia è un altro punto fermo dell’opera fotografica di Gerda, bambini che vestono divise militari, che giocano sulle barricate; un’infanzia stroncata, già finita ancora prima di iniziare, bambini che sono sempre e comunque accompagnati da soldati o da armi da fuoco, bambini visti fotograficamente come vittime.

In queste fotografie possiamo notare una ripresa quasi sempre dal basso, dove l’essere umano è al centro sia del tema della guerra sia della fotografia stessa; viene fotografato lo spirito antifascista che invade anche i più piccoli.

Foto di Gerda Taro.
“Tre uomini alla finestra dell’hotel Colón, sede del PSUC (Partito Socialista Unito della Catalogna)”
Spagna, Barcellona, Agosto 1936

Foto di Gerda Taro.
“Addestramento in spiaggia di una miliziana repubblicana”
Spagna, Barcellona, Agosto 1936

Foto di Gerda Taro.
“Due bambini sulla barricata”
Spagna, Barcellona, Agosto 1936

In un secondo periodo, potremmo definirlo dal 1937, vi è un dominio della fotografa sulla costruzione dettagliata delle immagini, sono fotografie più attente sul piano formale e sono connotate da un velo propagandistico più consapevole.

Quando la guerra inizia a devastare il paese, Gerda abbandona la Rolleiflex per passare all’agile e compatta Leica, ed è proprio in questo periodo che i suoi scatti raggiungono livelli più alti di drammaticità e tecnica. In effetti, la Rolleiflex ha un formato 6x6 ed è promotrice di una visione lenta ma precisa mentre la Leica fu la prima a vantare un formato 35 mm utilizzando la pellicola cinematografica a doppia perforazione e ciò semplificava lo scatto divenendo intuitivo e rapido. L’uso di entrambe le macchine fotografiche segna lo sviluppo del lavoro fotografico di Gerda, la prima – si suppone - fu utilizzata nella serie di fotografie in Catalogna e in Aragona, mentre le ultime fotografie sono realizzate con una Leica a Valencia e a Brunete.

Da qui in poi, fotograferà i rifugiati, gli orfani di Madrid, i rivoluzionari, le miliziane, i morti e le macerie causate dai bombardamenti, tutti temi che ebbero grande spazio sulla stampa nazionale ed estera.

Quando Gerda si affianca ai miliziani inizia il vero lavoro da fotoreporter di guerra; la maggior parte della produzione fotografica cambia, i soggetti sono mossi e in movimento, in alcuni casi la ripresa non è più dal basso ma frontale, vi sono pochi ritratti e molte foto di gruppo, i protagonisti sono
prevalentemente i combattenti e i morti. In queste fotografie possiamo vedere tre modelli che compongono gli scatti di Gerda:

  • Composizione asimmetrica che occupa principalmente la parte sinistra dell’inquadratura.
  • Composizione fotografica dei soggetti impostata verso il lato destro.
  • Figure e oggetti tagliati dall’inquadratura nel lato sinistro.

Foto di Gerda Taro.
“Senza titolo” Spagna, 1936

Foto di Gerda Taro.
“Rifugiati da Malaga in Almeria”
Spagna, Febbraio, 1937

Foto di Gerda Taro.
“Bambino rifugiato”
Spagna, Almeria, Febbraio, Giugno 1937

Il valore di queste fotografie è inestimabile, non tanto per il valore commerciale che hanno acquisito negli anni e né tanto meno per la loro incredibile storia, ciò che è importante è il fatto che hanno riportato alla luce un pezzo di storia fondamentale per l'umanità.

Una volta terminato il conflitto bellico in Spagna, nel 1939 a Parigi, Capa diede i negativi al suo aiutate Imre Weiss, detto anche Csiki, anch’esso fotografo. Si suppone che sia stato proprio Csiki a costrutire le valigie e a catalogare i negativi, una volta pronti li diede al generale messicano Francisco Javier Aguilar González che in quel periodo era l’ambasciatore del Messico. Dopo la morte del generale, avvenuta nel 1975, i negativi passarono in mano alla zia del regista messicano Benjamín
Tarver, amica del generale. Per lunghi anni i negativi furono custoditi in un vecchio armadio e solo nel dicembre del 2007 arrivarono all’International Center of Photography.

Cornell Capa, fratello di Robert Capa, per anni cercò in tutto il mondo la famosa valigia; nel 1979 pubblicò su una rivista fotografica di essere ancora alla ricerca dei negativi della Guerra Civile spagnola e che se qualcuno sapeva qualcosa al riguardo doveva mettersi in contatto con gli esperti del suo centro, ma nessuno rispose a quella richiesta.

Solo pochi mesi prima della sua morte realizzò il sogno di poterli esporre nel suo centro di fotografia e rendere omaggio a suo fratello e ai suoi compagni. Questo materiale non offre solamente la visione della Guerra Civile spagnola ma ci dimostra l’eccezionale lavoro dei tre fotoreporter che furono alla base della fotografia di guerra moderna.

Solo nel 2007 grazie all’International Center of Photography di New York furono ritrovate tre valigie denominate “La maleta mexicana”. La raccolta conservava più di 4500 negativi della Guerra Civile spagnola, fotografie scattate da Robert Capa, Gerda Taro e David Seymour.


Negativo di Gerda Taro, dalla maleta mexicana.
Spettatori alla parata dei funerali del generale Lukacs, Valencia (16 giugno 1937).


Foto di Gerda Taro, dalla maleta mexicana.
“Folla all'esterno dell'obitorio dopo un raid aereo”
Spagna, Valencia, Maggio, 1937

Grazie a questa raccolta fotografica il nome di Gerda Taro riemerge e torna ad avere la sua rilevanza nella storia della fotografia e affianca il mito di Robert Capa, non solo come compagna ma soprattutto come fotografa ed eroina della Resistenza al fascismo.

Nel 2008 la notizia divenne ufficiale e si programmarono diverse esposizioni in Francia, in Spagna e in America e in altri paesi, per rendere vivo il ricordo di una delle Guerre più importanti della nostra storia.

Nel 2011 la regista Trisha Ziff racconta l’interessante storia di questi 4500 negativi scomparsi da più di 70 anni in un film documentario. Oggi, la valigia e i negativi sono esposti all’International Center of Photography, nella città di New York.

Potrebbe sembrare una storia inventata, un racconto creato per affascinare i più piccoli ma è una storia del tutto vera; un alone di mistero che avvolse e avvolge ancora oggi la figura di Robert Capa e di Gerda Taro.

Giada Di Gregorio
Instagram @Irideazul

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