La fotografia del XX secolo in Africa orientale

Questo articolo fa parte della rubrica: La Storia della Fotografia da Aristotele ai giorni nostri

Nel corso del XX secolo le immagini fotografiche dell'Africa orientale che ebbero una massima diffusione in Occidente sono state quelle relative ai safari ed ai disastri, mentre all'interno della regione la fotografia di ritratto fiorì e si integrò nella vita politica e sociale.

Con i suoi animali esotici l'Africa orientale era ed è considerata come una meraviglia della natura. Già nel 1850 gli occidentali usarono la fotografia per documentare scientificamente animali e immortalare ricordi riguardanti la caccia grossa nelle attuali nazioni del Kenya, Tanzania e Sudan. Il teleobiettivo e altri sviluppi tecnici avvenuti tra il 1880 e il 1890 hanno reso possibile "cacciare" con la macchina fotografica piuttosto che con il fucile.

Arthur Radclyffe Dugmore scrisse nel 1910 della sfida di tali cacce "sparare agli animali è molto più facile che tentare di fotografarli", il libro di Dugmore include 140 fotografie, in gran parte di animali selvatici, il testo di accompagnamento narra della realizzazione delle foto e offre informazioni pratiche sull'organizzazione e l'allestimento per un viaggio nell'Africa Orientale Britannica.

Oltre a lui va ricordato Carl Georg Schillings il quale ha il merito di aver fotografato per la prima volta la fauna libera e selvaggia. Egli è considerato uno dei pionieri della conservazione della natura e della fotografia naturalistica.

Il libro di James Ryan "Picturing Empire: Photography and the Visualization of the British Empire" discute le basi ideologiche di questi primi libri fotografici sulla fauna selvatica e li colloca nel contesto della costruzione visiva dell'imperialismo britannico. I foto safari rimangono tuttora popolari e nonostante i progressi tecnologici gli archetipi stabiliti dai fotografi un secolo fa rimangono ancora attuali.


L'importanza delle immagini dell'Africa orientale nei mezzi di informazione mondiali è, in generale, uno sviluppo dell'ultimo quarto del XX secolo, anche se l'incoronazione dell'imperatore di Etiopia Hailé Selassié nel 1930 era coperta da periodici illustrati europei, Alfred Eisenstaedt fotografò l'invasione del paese ad opera dell'Italia nel 1935.

1935 Etiopia | Piedi di un soldato, foto di Alfred Eisenstaedt

Carestia in Etiopia nel 1984 - GETTY IMAGES

Le foto della devastante carestia del 1984 in Etiopia generarono a livello mediatico uno degli eventi più significativi del secolo, la documentazione più importante fu un video prodotto dal giornalista sudafricano Michael Buerk insieme al suo cameraman Mohammed Amin originario del Kenya. Amin fu il co-fondatore di un'agenzia a Nairobi chiamata "Camerapix" nel 1969, è stato uno dei fotogiornalisti più attivi e celebri della regione fino alla sua morte nel 1996. In generale comunque lo sviluppo del fotogiornalismo indigeno è stato sempre abbastanza limitato.

Di solito, la copertura di crisi nell'Africa orientale nei media occidentali è stata spesso intrapresa da fotografi stranieri, ad esempio, nel 1993 la carestia in Sudan è stata fotografata da sudafricano Kevin Carter e il genocidio ruandese del 1994 dal francese Gilles Peress.

Foto di Kevin Carter sulla carestia in Sudan, comprata dal New York Times nel 1993. Gli valse il Pulitzer nel 1994.

Foto di Gilles Peress, un campo profughi in Ruanda, 1994

Il ruolo politico della fotografia nella regione si estende alle ere coloniali e postcoloniali. Forse l'interazione più infame tra l'autorità coloniale e la rappresentazione fotografica è avvenuta in Ruanda e Burundi, sotto il controllo tedesco e in seguito belga, le fotografie furono usate per sottolineare teorie antropologiche europee circa le distinzioni razziali tra le popolazioni indigene.

Le elite dei nativi in ​​Madagascar ed Etiopia hanno riconosciuto la rilevanza politica del ritratto fotografico, in Madagascar la fotografia ha fornito un mezzo di auto-rappresentazione e di costruzione dello Stato per i governanti del regno di Merina prima della conquista francese nel 1896, il ruolo della fotografia nella vita pubblica è continuato nelle epoche coloniali e post-coloniali attraverso le agenzie fotografiche ufficiali FTM e ANTA.

In Etiopia (sopravvissuta come stato indipendente attraverso la maggior parte del periodo coloniale) la fotografia ha svolto un ruolo fondamentale nella politica interna, Richard Pankhurst spiega come la fotografia divenne un'arma nelle lotte politiche interne del paese nei primi anni del XX secolo, nel suo articolo intitolato "The Political Image: The Impact of the Camera in an Ancient Independent African State", discute dell'utilizzo di falsi fotografici per screditare l'imperatore Hailé Selassié nel periodo del suo rovesciamento nel 1974.

In Africa orientale, la fotografia commerciale di ritratto procedeva dalle coste verso l'interno. Il dagherrotipo è arrivato a Mauritius già nel 1840 e nel 1843 fu aperto il primo studio fotografico. Joseph Razaka fu il primo fotografo indigeno del Madagascar e aprì il suo studio nel 1889, lavorò con esso fino alla sua morte avvenuta nel 1939.

Gli studi commerciali arrivarono presto sulla costa continentale, tra essi ricordiamo i Coutinho Brothers e A.C. Gomes and Son, entrambi attivi a Zanzibar.

Coutinho Brothers - Zanzibar Native Market

Coutinho Brothers - Zanzibar Native Market

A.C. Gomes and Son - Bu-Bu-Bu Express,1908

"Full dress Swahilies". Zanzibar. 1920. || Vintage postcard; A.C.Gomes and Son.

L'inglese William D. Young gestì uno studio fotografico in Kenya e fu il fotografo ufficiale freelance per la costruzione della ferrovia dell'Uganda. In Etiopia, gli studi fotografici sono stati inizialmente gestiti dagli armeni, compresi i Boyadjian, una dinastia di fotografi reali di corte. Alla fine del secolo gli studi fotografici in Etiopia furono gestiti prevalentemente da fotografi indigeni che hanno continuato a produrre immagini per lo più formali, come immagini di riti tra cui matrimoni e battesimi. Importanti fotografi di studio in Etiopia furono Negash Wolde Amanuel e Ato Kebede Guebre Mariam, le loro fotografie avevano un profondo significato culturale nel campo delle relazioni familiari.

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