Mac Adams - I grandi maestri della Fotografia

Questo articolo fa parte della rubrica: I Maestri della Fotografia

Il paradosso dell’immagine fotografica, come insegna Roland Barthes, risiede nella sua natura di messaggio senza codice: ineccepibile analogon del reale in cui a imporsi è un valore puramente imitativo.

Riflettere su questo punto nevralgico del dibattito sulla fotografia, spinge a valutare quest’ultima secondo concetti antiartistici, dove per artistico intendiamo un’immagine codificabile, in grado di manifestarsi in tutta la sua specificità.

Tale peculiarità portò inevitabilmente fotografi come Mac Adams (1943, Brynmawr) a proiettare l’immagine fotografica dal piano formale a quello, più elevato, del concettuale. Così, parallelamente alle ricerche in campo artistico, il quotidiano e il banale entravano in scena, imponendosi al pari di soggetti tradizionalmente più degni.


Nessuna pretesa, nessun tecnicismo: un anonimo frullatore, un comune tostapane dentro una cucina qualunque erano lo specchio riflesso di una realtà non più interpretabile, né scomponibile o trasformabile.
Tendenze come quella di Adams convergono per alcuni aspetti sotto l’etichetta di Narrative Art (nata in seno all’Arte Concettuale), che come vedremo di narrativo ha poco o niente. Le immagini Narrative si contraddistinguono per povertà linguistica e, confondendosi a livello estetico con una fotografia qualunque, risultano assolutamente prive di consapevolezza tecnica e dotate di eclatante ovvietà.


A differenza di artisti Narrative, Adams non inserisce mai alcun testo nelle sue fotografie; le didascalie tipiche di tale corrente erano anch’esse prive di un senso preciso, frasi banali e incapaci di rendersi strumenti di senso.
D’altronde cos’altro potremmo aggiungere alle immagini di Adams? Come implementare gli stereotipi di cui giornalmente siamo circondati? Quale ulteriore, illuminante chiave interpretativa potremmo conferirgli?

Chi vede non è mai certo di ciò che vede. Credo che ci sia una sorta di qualità ineffabile per certi gesti. Voglio dire che può succedere di sentire che una persona non ti ama, ma senza poterlo spiegare. Eppure ti accorgi che c’è qualcosa che non va. Ecco io vorrei ottenere questo. Mi piace l’idea che la gente si interroghi esaminando tutta la serie di sensazioni prodotte dagli oggetti”.

È proprio da questo punto che Adams traccia la sua linea: in The Toaster (1976) una doppia immagine riporta un frullatore e un tostapane di un acciaio lucente, in grado di riflettere l’ambiente circostante. Nella prima fotografia scorgiamo frammenti riflessi di un corpo di donna in abbigliamento intimo nell’atto di preparare un toast; nella seconda troviamo lo stesso corpo riverso a terra (morto?), mentre la fetta di pane è ormai completamente bruciata.


Al 1978 risale The palm: siamo in una spiaggia tropicale, una donna passa di corsa mentre un uomo giace ai piedi di una palma con accanto una noce di cocco e un machete.
Lo spettatore rimane interdetto: si interroga a proposito della natura della scena, su come interpretarla. Si tratta di un omicidio o quell’uomo è semplicemente addormentato?

Gli strumenti che Adams mette a disposizione sono ambigui, non agevolano la lettura, non spiegano e anzi estendono vertiginosamente il ventaglio semantico dell’immagine, aprendola a un numero indefinito di significati. Congeniale è dunque l’uso del frammento, degli specchi, della non sequenzialità degli scatti, della loro criptica natura.

Non si può che partire dagli oggetti, farsi guidare da ciò che questi suggeriscono; un elemento della realtà tra i tanti si fa dispositivo in grado di attivare processi di significazione.
L’immagine fotografica è come la scena di un crimine: allo spettatore/ investigatore gli indizi su cui delineare, costruire e tentare di capire.

Ciò che la fotografia riproduce all'infinito ha avuto luogo una sola volta: essa ripete meccanicamente ciò che non potrà mai più a ripetersi esistenzialmente. In essa, l'avvenimento non si trasforma mai in altra cosa: essa riconduce sempre il corpus di cui ho bisogno al corpo che io vedo; è il Particolare assoluto, la Contingenza sovrana, spenta e come ottusa, il Tale, in breve la Tyché, l'Occasione, l'Incontro, il Reale nella sua espressione infaticabile. (R. Barthes, da La camera chiara)

Gaia Palombo
www.ilmuromag.it

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