Duane Michals - I grandi maestri della Fotografia


Questo articolo fa parte della rubrica: I Maestri della Fotografia

Duane Michals (Pennsylvania, 1932) è uno di quei fotografi la cui formazione risale agli anni in cui la fotografia non aveva ancora posto fisso nell’albo dell’arte ed era considerata ancella, surrogato di media artistici più ufficiali.

Il suo percorso vanta un ampio raggio di impieghi: da reportagista a ritrattista, da fotografo di moda fino ad approdare, negli anni Sessanta, sul terreno fertile e accattivante del Concettuale. Sono anni in cui il processo di scardinamento del concetto di opera d’arte tradizionalmente inteso si acuiva sempre più, giungendo alle estreme conseguenze; Duane Michals ha avuto il merito e la lungimiranza di comprendere quanto il mezzo fotografico avrebbe potuto rivelarsi congeniale alle nuove sperimentazioni artistiche. Michals non trascurò mai, tuttavia, la più autentica natura della fotografia, arrivando a porsi come uno degli antesignani di autori ibridi ed eclettici, che negli anni ottanta si impegnarono ad abbattere il profondo divario che intercorreva tra il fotografo e l’artista che si serve della fotografia.

Da ritrattista, Michals restituì magistrali ritratti di artisti: rilevanti sono quelli di René Magritte in cui, attraverso effetti particolarmente suggestivi, è riuscito a restituire la profonda natura del celeberrimo surrealista, in particolare il suo sprezzante umorismo.

René Magritte fotografato da Duane Michals


La parola chiava è espressione, né fotografia, né pittura, né scrittura […] Quando voi guardate le mie fotografie guardate i miei pensieri”, affermava Michals; a tal proposito, di assoluta rilevanza nella sua poetica risulta essere la concezione di operazione fotografica come una performance concettuale, in cui l’immagine è solo lo strumento mediante il quale l’autore si esprime.
Gli scatti di Michals sono, dal 1966 circa, perlopiù raccolti in sequenze (accompagnate da testi scritti a mano) la cui narratività entra in cortocircuito: gli eventi si presentano come incongrui, irrisolti. L’ispirazione viene al fotografo dal mondo del thriller cinematografico: suspance e tensione condiscono immagini a metà tra sogno e realtà, finzione e verità.




Real Dreams è intitolato, per l’appunto, il suo libro più importante, edito a metà degli anni Settanta: un “sogno reale” di cui solo oggi, da uomini immersi e ubriacati di virtualità, possiamo apprezzare il valore.


Il secolo in cui viviamo ci offre continuamente la possibilità di entrare realmente in un mondo irreale (quello virtuale). Tale riflessione è stata mossa da Ezio Manzini, che ha posto l’accento su un dato interessante: dal celebre assunto “sogno o son desto”, doppia alternativa dell’umana esperienza, ecco che nella cultura odierna le alternative diventano tre: “Sto sognando, sono desto in un ambiente reale fisico oppure sono desto in un ambiente reale simulato?”. Le opere di Michals sembrano proporre la terza alternativa: osservare ed esperire un qualcosa che ha le sembianze del reale, ma è costruito dal mezzo fotografico.

Oggi, presi dallo spirito dei nostri tempi, parliamo di realtà virtuale, Michals si riferiva senz’altro alla dimensione onirica del sogno: un mondo altalenante dalla banalità assoluta al fatto più eccezionale e/o assurdo. Le sequenze di Michals sono dispositivi della visione: accompagnano l’osservatore in modo progressivo e frammentario al contempo, stimolandone e interrogandone la percezione.

"Quel che non posso vedere è estremamente più interessante di quello che posso vedere. Per questo credo nell'immaginazione".

Gaia Palombo

Fonte: Claudio Marra, Fotografia e pittura nel Novecento, Bruno Mondadori, 2000

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