La fotografia di Sibylle Bergemann


Sibylle Bergemann nasce a Berlino il 29 agosto del 1941 e muore a Gransee nel 2010.

Studia economia dal 1958 al 1960. Fino al 1965 lavora in ambito commerciale e dopo diventa redattrice del periodico Das Magazin.

Nel 1966 inizia a studiare fotografia da Arno Fischer, che poi sposa nel 1985.

Dal 1967 intraprende la carriera di fotografa freelance e diviene membro del gruppo Direkt.

Nel 1974 arriva la sua prima mostra alla "Han Der Junker Talente" (Casa Dei Giovani Talenti), nel barocco Palais Podewils di Berlino, divenuto dal 1973 al 1991 un ampio e accogliente spazio per artisti come mimi, pittori, ballerini e fotografi.

Dopo la caduta del muro di Berlino, fonda la Ostkreuz Photography Agency insieme a Ute e Werner Mahler, Jens Rotzsch, Harald Hauswald, Thomas Sandberg e Harf Zimmermann.

Diventa membro della Academy Of The Arts di Berlino nel 1994, e nello stesso anno è insegnante di Fotografia e Design alla Ostkreuz Photography Agency.



Fotografa di talento, Sibylle Bergemann produsse tantissimo per la stampa (Spiegel, Geo etc.), affiancando a queste commissioni un vasto numero di lavori personali, testimoni di una ricerca artistica costante nel tempo. Tra questi, i più importanti sono i suoi ritratti e le fotografie di moda sia in bianco e nero che a colori.

La C\O di Berlino, un istituto privato fondato dal fotografo Stephan Erfurt e dal designer Marc Naroska e dall'architetto Ingo Pott, ha omaggiato la scomparsa della fotografa berlinese, avvenuta nel 2010, con una mostra di polaroids fatte dalla stessa durante l'intera carriera artistica. 


Un mondo incantato. Bambine vestite da fata, ritratti umili, suadenti e mai invasivi, nature morte, fantastiche ed eteree. Fotografie dove a prevalere sono colori come il giallo, il rosa, il celeste, il turchese. Tinte sfumate ma non indecise. 


Catturare i bordi, i profili dell'attimo è una scommessa che si affronta ogni qual volta l'occhio si avvicina all'obiettivo. Con questi scatti la Bergemann vince la scommessa, ponendo ciò che è momentaneo e ciò che è imperituro sullo stesso livello. Di spazio e di tempo. 

Forse è questo, più che i colori tenui e soffusi, ad avermi catapultato in un mondo incantato. Fatto di immagini così vere, precise nella loro consistenza, non tanto perché raffiguranti la realtà, ma piuttosto perché mai imbarazzate. Paziente, calmo e deciso è infatti lo sguardo che si trova dietro la macchina. Una perla rara, che illustra i difetti e le debolezze dei soggetti trattati, in modo malinconico, parlando del destino, del tempo che passa, delle circostanze che ci circondano. Una mostra soave, magica e seducente.


Articolo di Valentina Auletta

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