Le donne e la fotografia, da donna è diverso?

Monica Silva foto di Claudia Rocchini
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Articolo di Claudia Rocchini intervista a Monica Silva  per FOTOGRAFIA REFLEX - Settembre 2010

"Fotografare per me è come fare l’amore: è il momento di spogliarsi a nudo da qualsiasi ruolo e darsi totalmente". Cominciamo bene.
Incontro Monica Silva in un pomeriggio di luglio, a Bologna, con la voglia di fare non la classica intervista su chi è, cos’ha fatto, perché, dove, come e con chi. L’idea è di parlare di fotografia al femminile e di cosa comporta essere affermate professioniste in un settore da sempre dominato dalla presenza maschile. Tranquilli, non sarà un articolo su quote rosa in fotografia con approccio vetero femminista, ma il racconto di una chiacchierata tra donne che condividono la medesima passione, spogliate il più possibile dei rispettivi ruoli professionali. Il tutto condito da qualche fotografia al volo. Prendiamo accordi generici via mail sulla data, con l’idea di sentirci qualche giorno prima per definire i dettagli, e subito mi colpiscono la sua gentilezza e disponibilità. L’appuntamento, tuttavia, ha rischiato di saltare per una serie di incomprensioni tipicamente femminili perché anche se entrambe avevamo bloccato l’agenda per l’appuntamento, io avevo pianificato di essere da lei la mattina presto, per sfruttare la luce, lei viceversa aveva dato per scontato di vederci nel pomeriggio. E non avendo più avuto sue notizie fino a due ore prima di incontrarla, ero certa che non l’avrei vista. Ma nella tarda mattinata del giorno stabilito, ricevo la sua telefonata: “Allora, a che ora arrivi?”. Sapendo di doverla anche ritrarre, ero un po’ preoccupata perché l’idea di fotografare al volo e in luce ambiente una professionista specializzata in ritrattistica, mi metteva vagamente a disagio. In più, tanto per facilitare le cose, era una giornata con forti temporali alternati a pioggerellina continua, con quel tipico cielo bianco che non ti aspetti di trovare a fine luglio. Di lei avevo
un ricordo visivo legato al Photoshow quando, sul palco dello stand di un noto produttore di fotocamere, intratteneva i fotoamatori.

Un ritratto dell'atleta russa Yelena Isinbaeva, campionessa olimpica e mondiale di salto
con l'asta e prima donna a valicare i 5 metri. Servizio glamour per il Corriere della Sera.
Donna autorevole e di forte impatto estetico, uno sguardo intenso e un fisico longilineo, con capelli scuri medio lunghi e ciuffo laterale a sfiorare le sopracciglia. Tacco alto su jeans a tubo completavano il ricordo.
Mi viene incontro sotto i portici di una via centrale e fatico a riconoscerla: jeans scuri con cuciture magenta, maglietta fucsia con i Barbapapà, giubbotto rosa legato alla vita, ballerine in tinta, city bag di pelle rossa, borsone fotografico. E codini, alla Pippi Calzelunghe. Un’immagine decisamente spiazzante rispetto al ricordo ma, per me, assai rassicurante perché nel suo modo di presentarsi ho ritrovato lo spirito dei suoi scatti: diversi,
mai banali né prevedibili nello stile.

Mentre ci dirigiamo verso un’enoteca, parliamo del rischio del mancato incontro e si ride di quella capacità tipicamente femminile di complicare le cose semplici e rendere facili le cose difficili. Sedute a tavola, estraggo la reflex e comincio a scattare, a raffica: “Ma cosa fai, mi fotografi? Non avevo capito che dovevi riprendermi!”, chiede stupita e intimidita. “Ma te l’avevo scritto in mail…”, rispondo. Replica: “Sì, ma avevi parlato di qualche scatto al volo, non tutte queste raffiche”. Ribatto: “Dai, non preoccuparti, sono solo scatti di prova per vedere come vieni con queste luci, tu continua pure a parlare”.
Sì, certo – conclude divertita e rassegnata - vieni a vendere a me la favoletta degli scatti di prova?”. Risate.
Ero contenta che non si stesse verificando il tipico effetto da maschio alfa, cioè quello che capita quando il fotografo più dotato, in termini di competenze e attrezzatura, si impone sull’altro. Nel nostro caso, il feeling che speravo si creasse, nonostante le incomprensioni iniziali, stava spontaneamente emergendo anche se intervistare e fotografare allo stesso tempo non è un compito semplice, perché vanno coordinati pensieri, emozioni, parole ed azioni. Ma la priorità di quel momento era soprattutto rompere quel ghiaccio tipico di ogni soggetto quando si trova davanti alla macchina fotografica. Se poi, come in questo caso, si tratta di una
donna e per di più fotografa, la faccenda si complica perché oltre a conoscere alla perfezione i nostri presunti e reali difetti fisici, sappiamo altrettanto categoricamente come e quanto verranno messi in evidenza, al negativo, in ogni fotografia. Monica, sto cercando di rompere il ghiaccio. Tu come fai con i soggetti che devi fotografare? “Ci faccio l’amore. Con la testa”. Prego? “Dipende dalle persone, perché non è così per tutti. E dalle circostanze: a volte hai solo cinque minuti per fotografare un artista o un cantante in set non preallestiti, e la sfida è cogliere in quel poco tempo espressioni naturali e suggestive. I primi momenti sono molto delicati, ma in generale posso dire che se ho di fronte una donna, divento uomo, mentre con un uomo sono me stessa: qualche domanda per rompere il ghiaccio e se è il caso anche un paio di provocazioni.
Verbali, ovviamente”. Approfondiamo il concetto. “Sono enormemente attratta dalle persone, mi incuriosisce il loro mondo interiore, quell’angolo intimo per pochi eletti spesso mai palesato. Voglio andare oltre le apparenze che trasmettono. Mi interessa cogliere quel particolare sguardo, l’espressione sognante, quel luccichio negli occhi che solo in certi momenti ognuno di noi riesce ad esprimere. Per farlo, ho bisogno che i miei soggetti si immedesimino nelle situazioni che dico loro di immaginare. E non lo fanno se non si fidano di me. A volte basta semplicemente farli parlare di un loro ricordo bello, altre magari si sbloccano se chiedo una posa particolare. Oppure li faccio giocare con qualche oggetto, anche se poi non verrà inquadrato: serve a cogliere gli aspetti più naturali. E poi scatto a raffica, sempre e comunque, perché voglio essere certa di non perdere nemmeno un battito di ciglia”. Immagino siano metodi che funzionano con chi sa stare davanti a un obiettivo. Ma con chi non è abituato a farsi fotografare, come riesci a ottenere quello che hai in mente? “Me lo dirai tu a fine giornata”.

Una fotografia di nudo che fa parte del progetto di ricerca "On my Skin".
Senza darmi tempo di rispondere, mi leva la reflex di mano, controlla le impostazioni, e comincia a scattarmi raffiche di fotografie, con l’intento sia di allontanare l’obiettivo da sè sia di farmi vedere alcuni trucchi di ripresa al volo, in luce ambiente. Oltreché imbarazzata ero anche curiosa di vedere i risultati di quegli scatti non previsti perché “Il ritratto nudo e crudo” è il titolo del suo primo workshop, che terrà in autunno a Bologna e a Roma. Un corso basato su come ottenere risultati suggestivi utilizzando luci, ambienti e oggetti di circostanza, sul miglior uso dei flash incorporati, e su come approfondire la conoscenza con il soggetto che ci sta di fronte per metterlo a suo agio rapidamente, anche fermando passanti per strada e chiedendo loro di posare. “Non è un incarico che ho cercato – puntualizza. Al Photoshow spiegavo al pubblico il mio approccio fotografico, che dev’esser piaciuto perché mi hanno chiesto di tenere questi due corsi. Ho accettato con l’unico vincolo che non avrei concentrato le lezioni esclusivamente sulla tecnica”. Nel frattempo, continua a fotografarmi incurante del mio imbarazzo misto a divertimento, poi prende la mia felpa, bianca, la posa sul tavolo sotto al mio viso e scatta senza flash, mostrandomi i risultati: “Vedi? Ecco un esempio di come ottenere scatti suggestivi usando quello che si ha sotto mano. Il bianco della felpa ha eliminato le ombre sul tuo viso, ammorbidendone i tratti, e attenuato quel fastidioso giallo dato dalla luce ambiente”. Visto che ne hai accennato, parliamo di un argomento che sembra essere antipatico a molte donne: la tecnica.
“Non dirmi che anche tu sei tecnicocentrica!”. Ti sembra che lo sia? “Non lo so. Però quando ti ho mostrato il
trucchetto della felpa, ti è venuto quel luccichio negli occhi che avrei voluto riprendere. E’ forse questo il modo per sciogliere il ghiaccio con te?”, provoca. “E chi lo sa – rispondo - me lo dirai tu a fine giornata”. Risate. Le propongo di uscire e ci incamminiamo verso Piazza Maggiore, sedendoci sui gradini di una chiesa: sfidando la pioggia, cambio l’obiettivo e monto un grandangolo, per poterla riprendere a figura intera.
Un ritratto dell’atleta Fiona May. 
Lei prende la sua reflex, si alza e comincia a scattare. Passiamo un’ora abbondante a riprenderci a vicenda: lei stimolandomi con suggerimenti per farmi rilassare, tipo “Fammi un’espressione sensuale”, io rispondendo da Pina: “E come si fa? Insegnami”. Risate. Persone di passaggio si fermano, divertite e incuriosite da quel siparietto. Alcuni accettano anche di farsi fotografare, semplicemente mostrando loro la reflex e chiedendo il permesso con gli sguardi. Poi torniamo serie, e riprendiamo l’intervista. La tecnica, dicevamo. Che rapporto hai con essa? “Potrei dire di odio e amore. Sono sempre in apprendimento, guai a pensare che solo perché si è professionisti si è finito di imparare. Diciamo che sono una perfezionista e la padroneggio a sufficienza per non dovermene eccessivamente preoccupare durante le riprese”. Analogico o digitale? “Sono nata con l’analogico e quando posso continuo a scattare a pellicola. Ho una Pentax 6x7 con obiettivi originali. Ma sono lavori rari, prevalentemente per mostre, perché necessitano di tempi e costi che ormai quasi nessun cliente è dispostoa sostenere”. Aggiorni spesso l’attrezzatura? “Solo se ne ho stretto bisogno. Pur essendo una professionista, non corro dietro a ogni nuovo modello solo perché promette sensibilità ISO spaziali, non mi servono, raramente mi capita di scattare a più di 1600 ISO”. Preferisci obiettivi lunghi o corti? “Decisamente corti, amo i grandangolari perché mi costringono ad avvicinarmi alle persone e ho bisogno di instaurare anche un contatto fisico con i miei soggetti. Per i ritratti utilizzo molto anche il 50mm, e faccio abbondante uso della messa a fuoco selettiva per isolare i dettagli. Ma con le persone più timide o chiuse, monto un telezoom, di solito un 70-200mm, perché mi permette di stare più distante e scattare solo primi piani”. Hai accennato al fatto che scatti a raffica: come fai a scegliere tra centinaia di fotografie tecnicamente corrette quelle più adatte? “La selezione degli scatti è uno dei passaggi del work flow che richiede più tempo. Innanzitutto, se non ho scadenze strette, lascio sedimentare i miei lavori per non essere troppo influenzata dall’emotività provata durante le riprese. Inizio scartando quelli con imperfezioni tecniche troppo evidenti, poi passo all’eliminazione dei doppioni e infine scelgo alcune significative sequenze da cui estrarre almeno 10 fotografie simbolo”. Postproduzione? “Il meno possibile perché sono una perfezionista dello scatto corretto direttamente nella fotocamera”. Parliamo delle tue pubblicazioni: sei costantemente presente su quotidiani e periodici nazionali, fai fotografia commerciale, di viaggi, reportage e sei specializzata in ritrattistica.

Un ritratto della cantante Noemi, realizzato per conto di Sony per la promozione dell’album dell’artista.
Ci spieghi come hai iniziato? “Nasco come aiuto regista e parlando tre lingue, portoghese, inglese e italiano,lavoravo prevalentemente con produzioni internazionali. Sui set avevo sempre con me una macchina fotografica, ma scattavo senza ambizioni. Dopo l’11 settembre 2001 il settore ha attraversato una grossa crisi, e così sono stata costretta a riposizionarmi. Alcuni scatti fatti a Samuele Bersani, che dovevano essere utilizzati per il suo sito, sono stati notati e uno di essi è diventato la copertina del cd  "il meglio di Samuele Bersani". Dopo quell’esperienza, ho messo assieme un po’ di foto e sono andata a Milano, per proporli alle redazioni. La prima chance me l’ha data la rivista Max. Da lì in poi non mi sono più fermata, come un effetto domino, un incarico dietro l’altro”. Così, semplicemente? “Sì, così semplicemente”. Ti provoco. Una bella donna, nelle redazioni dei maggiori quotidiani e periodici. Viene spontaneo chiedere a quanti e quali compromessi… “Ti fermo subito. Non ho mai e dico mai permesso a nessuno di superare il limite né di rendere ambigui i ruoli. Come donna non dico di non aver affrontato situazioni delicate, e ho anche rinunciato a importanti incarichi, ma a posteriori ho acquisito rispetto come persona e professionista”. Nessun’arma femminile? “Solo una: il cervello. In fotografia non ci sono scorciatoie né compromessi, si va avanti solo se si ha talento, si è tenaci e ci si crede. Se così è, prima o poi si viene notati”.
E gli incarichi ti arrivano spontaneamente? “Nel mio caso sì, non sono mai stata molto brava a vendermi, non ho mai fatto la posta a photo editor o capo redattori pur di piazzare un mio servizio o una mia proposta. In molti invece vanno frequentemente in redazione, ed è una strategia a volte vincente, perché in tanti casi è solo questione di chi arriva prima. Ormai vanno tutti di fretta, ti chiedono il servizio per ieri, e vieni pagato poco, spesso propongono solo la copertura delle spese”. Nota dolente: i compensi. “C’è crisi per tutti, e siccome sono donna, ci provano. A volte per convincermi ad accettare un incarico poco pagato mi dicono che c’è chi lo farebbe gratis pur di vedere il proprio nome pubblicato. Mi dispiace, ma in quei casi rispondo di rivolgersi altrove. E’ sempre stato così, ma ultimamente questa tendenza è aumentata”.

Un’immagine che fa parte del progetto “Life Above All”, una reinterpretazione artistica
dell’Antologia di Spoon River di E.L. Masters, ispirata alla poesia "Benjamin Frazer".
Ritieni davvero che noi donne siamo tenute poco in considerazione nel settore? “Sì e no. Credo sia più un fattore culturale e storico che di genere. Intanto la fotografia è da sempre un mondo prettamente maschile e anche se oggi, con l’avvento del digitale, sempre più donne si sono messe a fotografare, c’è un ritardo di percezione del fenomeno da parte degli addetti ai lavori. Si è ancora poco aperti alle donne. A partire dall’attrezzatura, reflex pesanti e poco adatte a mani di donna, per arrivare all’abbigliamento e agli accessori: tutto urla eccesso di testosterone. Un esempio banale, ma significativo: se voglio fare scatti al volo per strada, come oggi, sono costretta a portare con me lo zaino fotografico e la mia borsa. Ci vuole tanto qui in Italia a confezionare borse da donna, imbottite, con lo spazio per una reflex e un paio di obiettivi?”.
Hai avuto difficoltà a far accettare un tuo lavoro o un progetto in quanto donna? ”Certo che sì, ma cerco di non farne troppo una questione di genere, anche se molte volte ho avuto problemi a far capire i miei progetti a teste maschili troppo squadrate e tradizionali: tocca puntualizzare l’ovvio ed è frustrante. Ma credo che ciò sia dovuto da una parte al fatto che noi donne facciamo un po’ paura, usciamo dagli schemi classici,siamo poliedriche e poco prevedibili; dall’altra c’è il timore di rischiare: proponi un nudo non convenzionale, non dico a una rivista, ma in una mostra, e si preoccupano di come verrà percepito”. E se hai di fronte una donna? “Sono poche le donne al comando nel nostro settore, e in tanti casi sono più maschie degli uomini, intendo di testa. Ma qualche perla c’è, come Valeria Mazzoleni, gallerista di Milano che ha esposto ‘Life above all’, la mostra liberamente ispirata all’antologia di Spoon River”. Quella che alcuni hanno ritenuto fosse composta da scatti ottenuti con abbondante uso di post produzione? “Non me ne parlare. Per quel lavoro ho dato l’anima e di post c’è ben poco. Sono venticinque scatti che si ispirano ai primi dagherrotipi dell’Ottocento, quando la fotografia tendeva a imitare la pittura. Ho fatto ricostruire minuziosamente le scenografie, sovrapponendo lembi di tessuto sulle pareti per rendere lo sfondo che avevo in mente, e trovare i soggetti adatti all’idea di rappresentare i personaggi di Masters da giovani, in una specie di riscatto della vita sulla morte, non è stato semplice”. Monica, un’ultima domanda: siamo davvero così differenti dagli uomini quando fotografiamo? “Siamo diverse ed è un dato difatto: meno predatorie nei confronti dei soggetti, scattiamo al 90 percento col cuore e di pancia. Abbiamo due modi differenti di interpretare la realtà e di renderla fotograficamente a seconda dei nostri bisogni. Ma di una cosa possiamo essere contente: finalmente non siamo più considerate solo come soggetti fotografici passivi. E’, questo, un gran passo avanti”.

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