Reporter per caso, come creare una storia fotografica

Articolo di Claudia Rocchini per FOTOGRAFIA REFLEX - gennaio 2010

Tutti noi siamo più o meno legati a un genere fotografico: chi ama la street, chi il ritratto, chi la naturalistica e chi lo still life. Esiste tuttavia un contesto in cui ci dimentichiamo della nostra specializzazione per fotografare spontaneamente di tutto e in ogni modo, ritrovandoci a vestire i panni dei reportagisti per caso. Questo contesto è il viaggio, circostanza principe e foriera dei più variegati stimoli fotografici.

Fateci caso, la maggioranza degli album fotografici dei fotoamatori presenti in Rete si caratterizza per due elementi: da una parte troviamo set e raccolte contenenti scatti legati alla specializzazione dei singoli autori, dall’altra è quasi sempre presente un set dedicato a un Paese, una meta o un soggetto legati a un viaggio. E se negli anni passati la tendenza era di dedicarsi soprattutto agli scatti ricordo, modello famigliola in vacanza, negli ultimi tempi, complici il digitale e l’aumento esponenziale del turismo fotografico a portata di ogni tasca che permette di raggiungere mete viste solo nei documentari o nei film, la tendenza dei fotoamatori sembra dirigersi sempre più verso l’approccio reportage, anche se in modo istintivo. Dico istintivo perché anche se nei set di viaggio ritroviamo ancora decine di immagini scollegate tra loro senza che l’autore si sia preoccupato di strutturarle in un “discorso fotografico”, appaiono comunque evidenti gli sforzi di raccontare una storia quando notiamo la presenza di più immagini di un medesimo soggetto, ripreso da differenti angolazioni: mi riferisco, per fare esempi concreti, al primo piano di un nativo, al suo ritratto ambientato, e allo scatto del dettaglio simbolico, magari delle mani impegnate nel lavoro quotidiano. Sappiamo tutti, chi più chi meno, che un reportage andrebbe preparato in anticipo: è necessario trovare un tema, individuare il soggetto e capire come lo si vuole raccontare fotograficamente, senza contare la necessità di studiare preventivamente luoghi e situazioni. In questo articolo non ho l’ambizione di spiegare come si fa un reportage, mi interessa invece capire se e soprattutto come è possibile ricavare delle piccole o grandi storie fotografiche quando veniamo colpiti da qualcosa o qualcuno, ma senza avere in testa un progetto costruito precedentemente a tavolino.

Per approfondire l’aspetto istintivo di un reportage per caso, ne ho parlato con due professionisti, specializzati in fotografia naturalistica, che si sono ritrovati senza volerlo a documentare una particolare realtà con approccio da reportagisti. Quella che segue è un’intervista a due voci. Simone Tossani e Michele Monari, fotografi professionisti NPS (Nikon Professional Services) durante una spedizione naturalistica in Ecuador e in Costa Rica si sono imbattuti in una Comunità afro-ecuadoriana che vive a Playa de Oro, sulle rive del Rio Santiago: 400 abitanti di un villaggio proprietari di diecimila ettari di foresta pluviale, circondati da ex aree verdi ormai disboscate a causa dell’attività di alcune multinazionali per l’approvvigionamento del legname e di estrazioni minerarie. 
La caratteristica di questa Comunità è che nonostante le condizioni di povertà in cui vive rifiuta di vendere le terre di cui è proprietaria, riuscendo a garantirsi il sostentamento quotidiano grazie alla caccia e alla pesca, alla coltivazione del cacao e a un’iniziativa di ecoturismo sostenibile: “Sono riusciti a trasformare un vecchio fortino delle guardie ecuadoriane in un lodge, spartano ma funzionale, attirando ecoturisti da tutto il mondo – spiega Simone Tossani. Grazie agli introiti e anche al sostegno economico da parte di organizzazioni umanitarie, hanno costruito un acquedotto, una scuola e seppur a fatica riescono a resistere alle pressioni delle multinazionali rimanendo proprietari delle loro terre”. Ma facciamo un passo indietro. Chiedo a Simone e Michele come mai hanno deciso di mettere temporaneamente da parte la loro specializzazione, la naturalistica, per dedicarsi al reportage: “Non è stata una vera e propria decisione: quando abbiamo scoperto questa Comunità l’approccio è stato inizialmente tiepido: durante il nostro viaggio siamo venuti più volte in contatto con le popolazioni che vivono nella foresta pluviale e amazzonica, ma nessuna tra loro ci ha colpito come la gente di Playa de Oro – racconta Michele -. E così abbiamo deciso di rimanere lì qualche giorno per capire e approfondire la loro storia”. 

Da qui la decisione di fare un reportage? “Sì e no. Non siamo reportagisti – prosegue Simone – e non conoscendo l’esistenza di questa Comunità non potevamo certo immaginare di raccontarne la storia. Tieni inoltre presente che, come naturalisti, non abbiamo una grande esperienza nell’approccio fotografico verso esseri umani e pur conoscendo i cosiddetti trucchi del mestiere legati sia situazioni di reportage sia a momenti di real life, un conto è la teoria, un conto è la pratica. Diciamo che c’è stata una successione di eventi, di emozioni, di incontri e di dettagli catturati fotograficamente fino a formare non tanto un reportage ma una serie di piccole storie. Per esempio, una delle attività di Playa De Oro è l’estrazione dell’oro dal Rio Santiago, fatta con padelle e setacci rudimentali. 

Pensa che in una settimana una squadra di 8 cercatori riesce a estrarre oro per un valore di dieci o quindici dollari in totale, cifra per noi ridicola ma che a loro consente di acquistare generi di sostentamento sufficienti per mantenere le loro famiglie per una settimana almeno. conclude Simone. Uno dei grossi limiti di un fotografo amatoriale è il contatto con le persone: vuoi per timidezza, vuoi per timore di reazioni non gradite. Avete avuto particolari difficoltà a entrare in sintonia con la popolazione? “Non abbiamo avuto particolari problemi - risponde Michele. Con i bambini l’approccio è stato facile, perché naturalmente spontanei e curiosi di rivedersi nei monitor delle nostre fotocamere. Con gli adulti e con gli anziani è stato necessario un approccio più soft, tenuti anche presente i loro usi e costumi”. Non sarà stato anche a causa della vostra timidezza nell’approccio? “Fermo restando che l’anima di un reportage consiste anche se non soprattutto in scatti rubati, cioè quelle immagini che colgono attimi altrimenti impossibili da ottenere in foto in posa, nel caso in cui un soggetto è consapevole di essere ritratto tutto parte da un discorso di rispetto: spesso e volentieri mi bastava incrociare lo sguardo della persona che volevo fotografare e mostragli la fotocamera, per capire se era disponibile - conclude Michele”.

Dalle vostre fotografie emerge un’attenzione molto particolare per i ritratti, come mai questa scelta prevalente rispetto agli altri elementi tipici del reportage? E ancora, perché molti dei ritratti, anche ambientati, sono stati scattati con teleobiettivi, invece che con obiettivi grandangolari, quelli cioè normalmente utilizzati in queste circostanze? “Fatte salve alcune regole auree, in fotografia non ci piacciono gli schemi. Abbiamo preferito concentrarci sull’intensità delle espressioni, delle posture e degli sguardi piuttosto che focalizzarci eccessivamente sul contesto di povertà in cui vive questa gente - spiega Simone. Riguardo agli obiettivi utilizzati, con i bimbi è stato semplice affrontare la ritrattistica utilizzando non solo tele con focali estreme ma anche grandangoli e medi tele. Mentre con gli adulti e gli anziani, ritratti in varie situazioni, cioè dal lavoro, alla famiglia, alla semplice contemplazione di un panorama, momenti quindi molto intimi, abbiamo volutamente preferito l’utilizzo per esempio di un 600mm a mano libera per non rischiare di inquinare le scene con la nostra presenza. 

Questo approccio ci ha permesso di catturare immagini simbolo di un modo di vivere, ritraendo soggetti di ogni età”. Nelle situazioni di reportage che descrivono lo stato di estrema povertà di una popolazione si utilizza di frequente il bianconero per rendere ancora più drammatico il contesto. Nelle vostre fotografie è invece presente un’esplosione di colori, gestiti in modo sapiente e calcolato al punto da trasmettere sia tutta la drammaticità dell’ambiente sia la serenità negli occhi delle persone. “Il bianconero è molto suggestivo e consente sia di enfatizzare la drammaticità di alcuni aspetti sia di ovviare all’eventuale mancanza di linearità nei colori dei vari scatti che compongono la storia. Ma per me il colore è vita e la scelta di riprodurre a colori una situazione di vita drammatica nasce dall’esigenza etica di documentare una realtà oggettiva senza forzare interpretazioni. Sta poi agli osservatori trarre le conclusioni su cosa è vera ricchezza e cosa povertà”. Michele, passiamo agli aspetti tecnici di un reportage. Simone ha accennato all’esigenza di ottenere colori lineari in tutti gli scatti che compongono una storia. Ma com’è possibile in differenti condizioni di luce ambiente? “Non esiste una formula magica - puntualizza Michele. Esiste però la possibilità di sperimentare vari settaggi per creare una curva colore ottimale da impostare direttamente nella fotocamera. È un accorgimento che permette di compensare, per esempio, la mancanza di contrasti e la scarsa vivacità dei colori dati dalla luce piatta tipica di prima mattina. L’obiettivo è ottenere direttamente in macchina fotografie finite al 90 per cento, per ridurre al minimo indispensabile i tempi di post produzione”.

Niente bracketing? “Tieni presente una cosa - interviene Simone: tutte le varie tecniche fotografiche, al di là delle preferenze o del genere, devono passare sia dalla padronanza dei mezzi utilizzati sia dalla conoscenza della gestione della luce ambiente, in ogni circostanza. Il bracketing può essere considerata una comoda scorciatoia se non si è sicuri dell’esposizione. Ti faccio un esempio: se io ho un soggetto in controluce, o utilizzo il flash oppure se non ne sono provvisto evito di scattare, a meno che non si tratti di uno scatto importante che annulla ogni regola di perfezione formale. Un buon fotografo deve sapere quando è possibile scattare un’immagine e quando invece è meglio lasciar perdere, sia per motivi di opportunità sia ambientali”.

Scatto singolo o a raffica? “Niente scatto singolo ma nemmeno raffiche esagerate: di un immagine sono solito scattare 4 o 5 fotogrammi, per cogliere un momento fatto di tantissimi attimi, sta poi a noi il grosso lavoro di selezione sia in post produzione, sia soprattutto sul campo: ogni sera visionavamo gli scatti per eliminare quelli che non ci sarebbero serviti per guadagnare spazio sul disco”. Messa a fuoco manuale o automatica? "Dipende, in caso di ritratti particolari in cui ci interessava mettere a fuoco un solo punto per creare un effetto, utilizzavo la messa a fuoco manuale. In tutti gli altri casi, e sempre in messa a fuoco selettiva, mi sono affidato agli automatismi dell’attrezzatura, ma solo perché nel tempo ho verificato la loro totale affidabilità." All’inizio di questa intervista avete puntualizzato di non essere reportagisti perché non abituati all’approccio fotografico con esseri umani.

Dopo quest’esperienza e i risultati ottenuti, avete scoperto di avere trovato un nuovo stile fotografico o di aver modificato in qualche modo il vostro approccio alla fotografia? “Ti sembrerà strano – conclude Simone - ma entrambi ci siamo accorti di aver applicato il medesimo approccio che utilizziamo in natura, né sinceramente ci interessava cambiare stile. Quando si mette l’occhio nel mirino e si inquadra il soggetto scelto, gli istinti e gli obiettivi sono sempre gli stessi: catturare l’essenza di un gesto o un momento, sia che si tratti di animali, insetti o persone. E’ il cuore a far la differenza”.

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